«Nelle discussioni fatte per amore di sé stesse, colui che è vinto guadagna di più, perché egli impara di più.»
─ Epicuro, Sentenze Vaticane

venerdì 25 aprile 2014

Breve analisi dei limiti della democrazia

«Democrazia: non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto.»
– Blaise Pascal

Che cos'è la democrazia? Aprite un vocabolario e vi renderete conto di quanto la faccenda sia controversa: il termine può indicare una forma di governo repubblicana, nella quale il possesso della sovranità viene assegnato indistintamente a ciascun cittadino, ma può anche limitarsi a determinarne la dottrina, il principio secondo il quale le decisioni vanno prese per mezzo di una votazione, alla quale tutti coloro che ne sono soggetti possano accedere.
Se consideriamo però l'idea di fondare un'intera istituzione su di essa, la questione si fa più complessa. Il concetto di società democratica non può reggersi solamente su un sistema di voto "popolare", ma necessita di alcuni paletti: condizioni universali, limiti imprescindibili che impediscano al sistema stesso di degenerare.
La prima di queste condizioni dovrebbe consistere sul cosa può o non può essere oggetto di votazione: non si può mettere ogni decisione ai voti, non solamente per questioni pratiche, ma per scongiurare il rischio che i cittadini stessi vengano privati dei loro diritti "per volontà della comunità", o che comunque la sicurezza della collettività venga in qualche modo messa a repentaglio.
Senza una solida regolamentazione in materia è inevitabile che poteri deboli siano sopraffatti da poteri più forti. Una condizione di questo genere può verificarsi perfino in un sistema apparentemente democratico, dove tutti i cittadini siano considerati alla pari: senza un'appropriata tutela delle minoranze, esse possono venire facilmente sopraffatte dalle maggioranze. Questa condizione viene chiamata dittatura della maggioranza. Si tratta di un regime instabile e discutibilmente etico, potenziale fonte di soprusi e violazioni dei diritti umani.
Paradossalmente una popolazione che agisca su queste basi è potenzialmente destinata ad estinguersi o ad autoescludersi: la maggioranza può estromettere dalle decisioni o annientare ogni minoranza, riducendo progressivamente il numero di cittadini votanti. Non è difficile immaginare problemi simili che possano sorgere da condizioni di partenza instabili, minando in breve tempo l'integrità dell'intera società.
I regimi dittatoriali in Germania e nel resto
d'Europa, tra le due Guerre, godevano
inizialmente di un ampio consenso popolare.
Sulla carta, in effetti, ogni decisione democratica si basa sulla speranza che i votanti siano competenti (cioè ben informati) sull'oggetto della discussione, e che l'etica comune e le divisioni interne facciano il resto, spingendo le varie parti a trovare un buon accordo. La storia ci insegna, purtroppo, che le masse sono facilmente manipolabili e suggestionabili perfino sul piano etico: gli esempi di come, specie in un clima di crisi economica e di fortissimi contrasti sociali ed internazionali, si possa formare una maggioranza forte e stabile, sono fin troppo numerosi e scontati.
Questo non significa ovviamente che ogni democrazia sia una "dittatura maggioritaria", ma il rischio che possa diventarlo è sempre alto, e una società basata su di essa necessita di solidi principii di base che assicurino il più possibile la sopravvivenza di una società "sana" e "robusta", che prenda le difese dei "poteri" più deboli all'interno di essa, ne protegga gli interessi legittimi e garantisca il rispetto dei loro diritti, al pari del resto della società.
È precisamente questo il compito di una Carta costituzionale democratica, le cui norme atte a regolarne le modifiche devono essere quindi severe (e rigidamente rispettate).
Potremmo dunque concludere che il concetto di democrazia non si applichi solamente a decisioni di carattere elettivo, ma implichi la formazione di un sistema molto più complesso, al fine di raggiungere un equilibrio sociale egualitario.
Si tratta grosso modo del principio sul quale si basa la nostra stessa Costituzione, discendente del Diritto romano e reinterpretato in tempi moderni nella massima «la mia libertà finisce dove inizia la tua». Il che non presuppone che la libertà di chiunque sia inviolabile e disgiunta da quella di ciascun'altra persona, bensì auspica un incontro fra di esse, e una società i cui cittadini possano convivere in armonia.
Perché ciò avvenga, il primo passo è garantire la sicurezza di ciascuno di essi:
«Perché si abbia questa libertà, bisogna che il governo sia tale che un cittadino non debba temere un altro cittadino.»
– Montesquieu, Lo spirito delle leggi
Per quanto semplicistico, questo principio offre un'ottima base sul quale costruire una società equilibrata. I cittadini devono convivere, non solamente coesistere, e affinché ciò avvenga il primo passo è fare prevenire le ineguaglianze, garantire loro una vita dignitosa, incoraggiarne la fratellanza.
Purtroppo nessuna Carta costituzionale può essere sufficientemente rigida e completa da scongiurare ogni pericolo di degenerazione. Perfino la formazione di un governo democratico costituisce un problema ancora insoluto, che proveremo ad analizzare successivamente in un altro post.
La tanto biasimata democrazia ha perciò ancora qualcosa da dare. È compito dei cittadini prendersene cura e mantenerla in salute e funzionante, senza mai scendere a pericolosi compromessi (per pigrizia o disinteresse) in favore della semplicità.